il nuovo lavoro dello scrittore Biagio Arixi.

24 Settembre 2009

copertina Peccati scarlatti.

 

Gualberto Alvino

Presentazione di Peccati Scarlatti di Biagio Arixi

Edizioni Libreria Croce

«Roma si libra»

Piazza del Popolo, 30 giugno 2009

 

 

Festeggiare il mio amico Biagio Arixi è per me una vera gioia, ma un piacere ancor più grande è poter celebrare Peccati scarlatti, opera che ho visto nascere e — massimo dei privilegi per un contemporaneista — potuto seguire passo passo in tutte le sue fasi compositive, dalla prima all’ultima.

Avendo, dunque, spiato Arixi al lavoro nella sua officina, posso testimoniare che il suo modo di comporre è quello degli scrittori di razza, perché è caratterizzato non solo da perenne incontentabilità (il labor limae cui lo scrittore sardo sottopone i suoi scritti da un decennio a questa parte è ormai divenuto leggendario), ma da scrupolo ideativo e da forte attenzione per l’organizzazione dei valori formali. È ormai universalmente acquisito che in arte il significante, cioè la forma, conta più del significato, ossia la cosiddetta sostanza; se ciò non fosse, un sunto dell’Iliade varrebbe quanto l’Iliade, e la parafrasi del dantesco Tanto gentile quanto lo stesso sonetto. Così ovviamente non è, e Arixi lo sa benissimo, perché egli — oltre che romanziere e favolista — è anzitutto un poeta (Dario Bellezza lo definì «uno dei più grandi poeti italiani viventi»): sono ormai celebri le sue raccolte di versi: Polvere Nera (1980), Diverse giovinezze (1982), Violenza immaginaria (1984), e poi Grandine (1986), Piacevole punizione (1989), Le vie del cuore (1996), Cayba d’amor (2001), fino alla più recente L’Amore è libertà (2007), raccolte prefate o recensite dai più bei nomi della critica letteraria italiana, da Antonio Porta a Maria Luisa Spaziani, da Milena Milani ad Alberto Bevilacqua, da Renato Minore a Giuseppe Pontiggia a Giorgio Bàrberi Squarotti a Maurizio Cucchi, per non citare che i più illustri. Ed è proprio alla provenienza dai territori della poesia e alla lunga frequentazione con i poeti del Novecento che egli deve la conquista di una qualità sempre più rara tra i prosatori: il dominio ferreo, la più assoluta signoria del linguaggio sulla materia narrata: la lingua di Peccati scarlatti è infatti piana, razionale, immediatamente fruibile, sobria nell’architettura sintattica ed esattissima nelle scelte lessicali, ma al contempo sostenuta, con vertici di nobiltà e di squisitezza che staccano nettamente il nostro Biagio dalla media dei narratori d’oggi.

In termini tecnici, Peccati scarlatti è un Bildungsroman, ossia ‘un romanzo di formazione’. Come tutti sanno, un Bildungsroman è la storia di un giovane che, attraverso una serie di errori, sventure e disillusioni — dalla prima infanzia alla maturità —, giunge ad instaurare un rapporto armonico col mondo; dunque il motivo centrale è costituito dalla sua evoluzione spirituale, culturale, psicologica e sentimentale. Il paradigma del Bildungsroman è Wilhelm Meister di Wolfgang Goethe (1797), e i più noti romanzi di formazione sono David Copperfield di Charles Dickens, Il rosso e il nero di Stendhal, il Pinocchio di Collodi, e per arrivare al Novecento, I turbamenti del giovane Törless di Robert Musil, Buddenbrooks di Thomas Mann, Il giovane Holden di J. David Salinger, Ernesto di Umberto Saba (un poeta importantissimo, insieme a Sandro Penna, nella formazione letteraria di Arixi).

Ma il modello di Peccati scarlatti è senza dubbio Justine o le sventure della virtù del marchese de Sade, pubblicato nel 1791. Sade, nell’introduzione al romanzo, esprime la propria intolleranza per la narrativa classica, dove il bene e la virtù sconfiggono sempre il male e il vizio; mentre la sua protagonista è «una sfortunata errante di disgrazia in disgrazia, giocattolo di ogni scelleratezza, bersaglio di tutti i vizi». Il romanzo di Sade narra, dunque, le disavventure di una giovane virtuosa che s’imbatte in libertini diabolici, ecclesiastici licenziosi, sordide mezzane, nobili viziosi. E chi ha letto il romanzo che qui celebriamo ne ha potuto toccare con mano la stretta consanguineità con Justine.

Lo scarso tempo concessomi non mi consente di svolgere con ogni agio tutte le argomentazioni che vorrei; mi limiterò, pertanto, a toccare qualche aspetto che mi sembra di capitale importanza per la comprensione e il giusto inquadramento dell’opera, gettando se possibile semi di riflessione e spunti di dibattito.

Diciamo sùbito, allora, che l’anima di Biagio è essenzialmente ambigua, problematica, sfuggente ad ogni tentativo di classificazione. È lacerata, insomma, da una serie di ossimori, antitesi, contraddizioni.

Il primo ossimoro concerne, come ho accennato, il livello linguistico: abbiamo visto che il linguaggio di Peccati scarlatti è piano, terso, accessibile, ma al tempo stesso — ecco l’antitesi — intensamente lirico, perfino, a tratti, criptico e polisemico, perché Biagio tesse il narrato con la stessa forma mentis che presiede alla costruzione del verso. Il romanzo è infatti suddiviso in sette libri, ciascuno intitolato a un vizio capitale e recante un’epigrafe in versi, più un epilogo. Attenzione: libri, non capitoli; si chiamava libro ciascuna delle partizioni in cui erano divise le opere poetiche soprattutto classiche; nei tempi moderni il termine libro indica le singole raccolte di componimenti poetici compresi sotto un unico titolo: il libro I e II delle Odi barbare del Carducci, i quattro libri delle Laudi di D’Annunzio, ecc. Un romanzo, insomma, strutturato come una silloge poetica.

Il secondo ossimoro riguarda l’aspetto religioso (sottolineo religioso, ossia sostanzialmente cultuale, non fideistico, perché nel Nostro le due categorie sono nettamente distinte). Ebbene, quella di Arixi è da un lato una religiosità libera, laica e modernissima, ma dall’altro una religiosità (meglio sarebbe definirla un’attrazione, e addirittura un’ossessione per le tematiche religiose) profondamente tradizionale, direi quasi elementarmente catechistica. L’intitolazione dei libri ai sette vizi capitali ne è una riprova (e notate che libro è anche ciascuna delle opere che costituiscono la Sacra Scrittura: il Libro di Giobbe, il Libro d’Isaia, il Libro dei Salmi, ecc.). Un’altra prova è rappresentata dallo stesso titolo, che allude certo ai peccati commessi con ecclesiastici (scarlatto è il colore di cui sono vestiti i cardinali ed è il simbolo della loro volontà di difendere la fede a costo di versare il proprio sangue), ma rinvia anche a un passo del Primo Libro del profeta Isaia (1:18) in cui è scritto: «Dice il Signore: “Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come neve. Se fossero rossi come porpora, diventeranno come lana”»).

Il terzo ossimoro riguarda la tematica erotica. L’erotismo, come per tutti gli autori che pongono al centro della loro poetica la sessualità, non è un mero contenuto, una serie di fatti da squadernare, ma una vera e propria lingua, uno strumento di conoscenza e di comunicazione; è una Weltanschauung, ossia una visione del mondo, e di conseguenza una modalità espressiva. Ma dov’è l’ossimoro? È nel fatto che Biagio narra, sì, le più turpi perversioni vissute dal suo alter ego (condiscendentemente e partecipativamente, a differenza di Justine) con foschi e dissoluti personaggi della nobiltà nera romana, con forsennati degeneri parroci di campagna e con vescovi ortodossi depravati, ma sempre con uno sguardo fresco, vergine, ingenuo, acceso di stupore, quasi naif; il che è l’esatto contrario della scelleratezza alla cui insegna si svolgono i fatti narrati.

Vorrei concludere leggendovi un passo della recensione che Dario Bellezza, uno dei maggiori poeti del secondo Novecento, scrisse nel 1988 su «Paese Sera» a proposito di Figlio di vescovo, il primo romanzo di Arixi, del quale è in preparazione una seconda edizione: «È, quello raccontato da Arixi, uno “scandalo” squisitamente pasoliniano, ammorbidito però da struggimenti penniani: è poesia nel dettato narrativo; silenzio nella partitura laboriosa delle parole; monocromatismo nel clamore di tanti finti effetti, soliloquio in un deserto di colori. Un romanzo che ha tutti i connotati per essere “difficile”, ma che difficile non è. Si legge, infatti, si legge e appassiona come poche cose italiane in questi tempi tromboni e mortiferi».

Sono persuaso che altrettanto si possa dire di Peccati scarlatti.

 

Gualberto Alvino


Dal libro: “Ricordo, c’era la guerra…l’amore, i giochi,le streghe” di Ilda Arisci.

25 Maggio 2009

Ho letto con grande attenzione il libro di Ilda Arixi e, nella lettura, mi sembrava di sentire mia madre che racconta sempre gli stessi fatti. Grande ancora una volta Ilda, per come racconti fatti vissuti che a noi,oggi, possono sembrare solo favole…! Mi scuserai se riporto qui un pezzetto del tuo raconto, pag. 45 – Il bombardamento – ” Il 21 Maggio  del 1943, in qull’ inizio d’estate, a Villasor accadde una tragedia: La campagn abrulicava di gente intenta alla raccolta di legumi. Il grano  era quasi biondo e ormai a giorni sarebbe statto falciato dalle abili mani dei mietitori: essi eseguivano il lor lavoro come fosse un rituale magico e sembrava avessero l’ anima nelle mani. Anche quel giorno , coem tanti altri la banda di bambini era uscita a perlustrare la campagna in cerca di nidi di ucelli e di qualsiasi altra cosa si potesse mangiare. Erano consapevoli del pericolo ceh incombeva sopra le  loro teste. Gli aerei tutti i giorni spiccavano il volo per i bombardamenti che di sicuro ci sarebbero stati anche quel giorno, alla stessa ora del mattino, anche se certi giorni anticipavano l’orario per confondere il nemico da abbattere. Quel percorso di strada campestre, non lontano dal paese lo conoscevano come il palmo delle mani. Così scrutavano il cielo, attenti ad ogni rumore che da li arrivava. Attraversando i  campi di grano, strappavano ogni tanto qualche spiga di grano per mangiarne i chicchi: erano buoni! Gli uccelli cinguettavano allegramente incosapevoli di ciò che sarebbe accaduto a loro se quei maschiacci di nove o dieci anni fossero riusciti a prenderli. La campagna era la meta preferita dai maschi. Scalzi e mal vestiti portavano i pantaloni nè corti  nè lunghi pieni di pezze di svariati colori e con le bretelle sempre penzoloni. Ma diquesto a loro poco importava. L’ importante era sopravivere. Fissavano il cielo. Ecco che, ad un certo punto, Angelo punta di nuovo verso ilpaese. Un brutto presentimento s’impadronisce di lui, prende il suo amichetto per  le bretelle e gli dice di tornare indietro prima che sia troppo tardi. Gli altri proseguono per la loro strada, il destino quel giorno decise per loro. Anche Efisio il fratello di Angelo aveva deciso di proseguire insieme agli altri. Angelo ricorda così quel giorno: ” Rivedo quel momento, e risento il ronzio degli aerei ceh numerosi improvvisamente diventano come motri volanti, capisco che bisogna cercare immediatamente un riparo. Prendo Antonio  e  lo trascino sotto un condotto dell’acqua che per fortuna si trova a pochi passi da noi. Questo  ci salva la vita. Poco distante da noi trovarono riparo anche un contadino con ilsuo cavallo e restammo li fino al cessato pericolo, costringendo  anceh il cavallo a stare fermo. Quel giorno il destino decise della vita di tutti noi: Antonio, io e mio fratello Efisio insieme a tutti gli altri bambini tornammo a casa. Uno solo di noi non riusci a mettersi in salvo. Si chiamava Giulio Erbì. Trovò la morte in quella splendida mattina di maggio. Efisio aveva visto Giulio cercare riparo in un campo di grano, mentre lui e gli altri avevano trovato scampo in un condotto idirco per l’irrigazione della campagna. Un altro compagno, di nome Francesco, era riamsto ferito ad una gamba. Rimase immobile fino a quando gli aerei non si allontanarono e il fumo si diradò. Come se non bastasse la morte del piccolo  Giulio, quel giorno  trovò la morte nelle campagne del paese acneh un padre di famiglia. Si chiamava Pietro Schirru. Quando gli aerei  arrivarono, lavorava a Is Murdegus, uno spezzone lo colpì in testa e morì sul colpo. Lasciava moglie e figli. Quel giorno le campane della chiesa suonarono a lungo, per annunciare la tragedia che sconvolse il paese. Piu’ tardi venimmo a sapere che vicino alla ferrovia morirono altri due uomini colpiti anch’essi da spezzoni, altri due invece rimasero feriti nei pressi di Santa Vitalia. Erano operai che venivano a lavorare nel nostro paese dai centri vicini, perchè da noi c’era molto lavoro in campagna e la manodopera scarseggiava.”

Credo che non ci sia bisogno di aggiungere altro…, silenzio in memoria di questi bambini, uomini, donne, che loro malgrado hanno sofferto per una guerra non voluta.