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Grazie a voi per avermi voluto dare quest’opportunità.
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Don Salvatore, come è stato il suo primo impatto con il paese?
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Certamente io sorpreso, sorpresi tutti i numerosi paesani di Villasor. Sorpreso e incuriosito perchè mai prima di quei giorni mi ero fermato a visitare Villasor e, allo stesso tempo vi ho trovati-sentiti “curiosi”: “chi è questo Don Salvatore…, chi sarà? Come si troverà e vivrà qui tra noi campidanesi?” Sapevate, infatti, un pochino sul mio conto, del mio tempo trascorso in missione ed io, poi, mi chiedevo quasi le stesse cose: “saprò mai amare questo nuovo popolo? E si lasceranno e faranno amare da questo nuovo sacerdote?” E così ho iniziato la mia nuova esperienza pastorale con un quaderno di pagine bianche, e con qualche “titolo” almeno per le prime quattro pagine!
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Come si definisce il Parroco di Villasor?
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Un po’ come un missionario della “nuova evangelizzazione” cioè, sempre col Vangelo di Gesu’ ma nuova nei metodi, nei mezzi, nelle persone. Inoltre, come mi dicevano e pensavano alcuni: “Chiuso” a certe tradizioni…, quelle tipo: “abbiamo sempre fatto così” ma, certo interiormente aperto e pronto a conoscere da vicino persone e attività per continuare una pastorale comunitaria per il 3° millennio col vangelo, col concilio e col popolo.
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Può tracciare un bilancio della sua guida pastorale della comunità di Villasor in questi otto anni?
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Fare un bilancio di ciò che è spirituale non pare molto fattibile, ma ci provo; certo, strada ne abbiamo fatto, tanta e insieme. Un po’ in tutte le direzioni “visibili”, ce n’è tanta ancora da fare per continuare a rafforzare lo spirito-stile di comunità, occorre far piu’ “comunione”, essere piu’ ministeriale, cioè piu’ disposti a mettersi a servizio. Senza delegare a quei pochi,sempre pronti a tutto…, ed ancora, “preferire il dialogo” come modo di relazionarsi. Quindi insieme si troveranno e si apriranno nuovi sentieri dal momento che la chiesa, la comunità parrocchiale siamo NOI! Questo anche con la nuova generazione che soffre tanto di “allergia antireligiosa e anticlericale” un po’ come tanta gioventù’.
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I fedeli lo hanno capito?
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Ma certo, almeno, quanti non si sono fermati “all’abito”, all’ esteriorità o non sono rimasti nella periferia sociale o religiosa o alla filosofia pessimista che ripete sempre: “qui non si fa niente…, no c’è nudda” o peggio ancora se si sta solo a giudicare a condannare ciò che si propone e “costoro non vogliono sporcarsi le mani”.
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Perché, in che senso?
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Tutto questo perchè prevale la paura di cambiare, per non sbagliare o per “complesso di superiorità” per pregiudizi e soprattuto per poca costanza!
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Ha dei progetti in mente per la nostra comunità?
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Si un progetto c’è in realtà, materiale nell’aria, però c’è e sembrerebbe anche attuabile; si tratta della costruzione della CASA – Catechista-Oratorio polivalente, su un area donata dal nostro carissimo Don Antonio Abis, ma per il momento siamo ancora in una fase di stallo e per ora non si vede soluzione. C’è poi qualche progetto “sociale” come il “Centro di Ascolto” parrocchiale in collaborazione con la Caritas di Cagliari che però stenta a concretizzarsi anche se si spera tanto in questa iniziativa utile per la ns. popolazione. Infine ci sono i progetti di formazione religiosa-culturale-sociale-famigliare; in generale per la nuova generazione di genitori e per la gioventù’. Anche qui, però, si stenta per poca chiarezza sul nostro futuro e realtà e bisogni risolvibili insieme, ricordando che “nessuno si educa se non si lascia e si fa educare”.
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Spesso si sente dire o si rimprovera ai sacerdoti, di non riuscire a coinvolgere i giovani nelle attività parrocchiali, lei cosi ci può dire al riguardo? Ci sono persone che collaborano con lei?
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Per i nostri giovani, valgono le considerazioni di prima; ribadisco, un po’ per paura o per quel complesso di autosufficienza per quel non lasciarsi “educare-guidare” in libertà, senza trascurare che i “richiami” esterni alla famiglia, alla scuola, alla religione, sono troppo forti e persuasivi per questa età e quindi prevalgono. Noi Sacerdoti, quindi, non riusciamo a trovare quei punti d’ intesa un tempo coinvolgenti di valori condivisi come, il senso di libertà, l’ impegno della parola data, lo sforzo personale per realizzarsi e creare autonomia. Si tenta, si cerca, si propone sempre si rema controcorrente in un mare di troppa superficialità generale.
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Oggi la famiglia sta conoscendo una crisi profonda, secondo lei c’è un colpevole?
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Alla pari c’è la situazione delle famiglie che, come piccole comunità partecipano alla sofferenza ed impotenza della grande comunità: Chiesa e Scuola e Società Pubblica. Non c’è da colpevolizzare, casomai da ritornare alle radici fatte e costruite dal vero amore, vera libertà, vera educazione, vera felicità, vero senso della vita umana, sociale, morale, spirituale e religiosa..Come? Usando la metodologia del dialogo aperto e sincero.
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L’ anno scorso, finalmente dopo tanti anni, avete deciso di riaprire l’oratorio, secondo lei l’ oratorio può avere un ruolo di accostamento della chiesa ai giovani?
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Sogno…progetto…realtà in boccio! Da riconoscere, accogliere e ancora valorizzare e sostenere, coem in tanti paesi vicini, dalle famiglie e dai gruppi parrocchiali – Catechesi/Scout/Gifra/Corali e dalla N.s. Società paesana in genere, tanto complessa e tanto distratta. Da solo, si sa, è come un “alberello in campo aperto” esposto ai tanti venti del nostro tempo, critico ed insofferente di ogni legame; Servirà gente che lo stimi e gli si affezioni prima di tutto. Se questi presupposti ci saranno, ne verrà fuori un esperienza seria e costante.
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Sul fronte della collaborazione fra istituzioni si è raggiunto qualche risultato?
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Collaborazione: è una bella parola, democratica, si basa innanzitutto sul rispetto reciproco e quindi sul vero desiderio di maggior attenzione alle tante esigenze paesane, senza compromessi politici di partito sui vari problemi come, giovani – disoccupazione, ragazzi – scuola ed educazione, emigrati e assistenza, sport e tempo libero, anziani – tradizioni e varie. Quindi se si intravede qualche risultato positivo lo dobbiamo a quel dialogo aperto che penso sempre piu’ utile in tutte le nostre iniziative formative e sociali.
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Oggi, anche Villasor annovera all’ interno della sua comunità persone di varie nazioni, la comunità marocchina è sicuramente quella piu’ numerosa, ci sono rumeni, cinesi, ci sono da ultimo anche i rom; hanno la loro fede, lei pensa che l’ integrazione di questi nostri concittadini nella nostra comunità sia possibile anche aldilà del loro credo diverso dal nostro ma pur sempre un credo?
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In un certo senso anche da noi si vive un ambiente multietnico e antireligioso, per il momento prevale il rispetto reciproco e l’ accoglienza, anche s talvolta si denota una certa diffidenza reciproca ma, per la ns. Comunità parrocchiale c’è molto, anche, il senso di vera solidarietà e di aiuto cristiano, sempre attraverso il gruppo Caritas parrocchiale in collegamento con la Caritas Diocesana. Per quanto riguarda in particolare i figli-ragazzi dei detti gruppi extracomunitari c’è un legame con tutti, per mezzo della scuola e dello sport e delle attività sociali dell’ oratorio.
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Cosa ne pensa dell’ eterna polemica se tenere o no il crocefisso affisso alle pareti delle aule, dei tribunali, negli ospedali e via dicendo?
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Più’ che per polemiche – Crocifissi, presepi, festività, vestiti, certe scelte a sfondo socio-religioso sono dettate da prevenzioni pseudoculturali e preconcetti di ignoranza o ancora da complessi di vecchie tendenze illuministe anti cristiane e di intolleranza antidemocratica, come del resto abbiamo sentito riemergere in tante parti del mondo. E perchè non dovremmo rispettare e stimare e valorizzare tutte le nostre tradizioni culturali europee, fondate su radici cristiane? Dal resto la maggior parte dei “nostri fratelli extracomunitari” non fanno nessuna difficoltà a rispettare e spesso ad integrarsi anche in realtà come queste.
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Tradizioni locali, noi a Villasor ne abbiamo a sufficienza, dal suo punto di vista il rispetto e la perseveranza nel portare avanti le tradizioni fa si che una comunità si senta piu’ appartente al proprio paese?
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A proposito di tradizioni ben radicate e condivise tra la ns. gente, da tempo, sono tutte da rispettare e valorizzare perchè segno distintivo della nostra gente paesana ma, sono pure da “purificare” e da restituire il piu possibile al senso profondo iniziale, sia religioso che sociale, da cui sono nate e animate. Per questo sentiamo dire anche nelle nostra Chiesa: “Riappropriamoci dei nostri Santi” delle festività genuine, religiose popolari e spesso le nuove generazioni non ricordando le lontane radici delle celebrazioni popolari le stravolgono con aggiunte poco religiose o culturali, ma solamente commerciali e turistiche.
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Concludendo, Don Salvatore?
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Concludendo…, tante pagine bianche del “quaderno pastorale” iniziale, sono ancora da scrivere e riempire. Mi preoccupa che il tempo corre davvero velocissimo e forse non risponderò a tanti desideri-progetti proposti, in particolare in relazione al mondo giovanile e mi dispiace tanto che non si possa dialogare in modo costruttivo, anche perchè ho il dubbio che solo perchè avendo i capelli bianchi sono “visto” come i loro nonni, poco considerati, ascoltati e poco interpellati per il loro ricco bagaglio di esperienze sempre attuali! Ma il tempo è sempre dalla parte del Bene, dello spirito, della speranza e dell’ ottimismo. Grazie, bene augurando tanto successo per questo giornale dei nostri paesi.
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Grazie a lei Don Salvatore per la disponibilità – di Antonella Soddu – 16/04/2009