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Gualberto Alvino
Presentazione di Peccati Scarlatti di Biagio Arixi
Edizioni Libreria Croce
«Roma si libra»
Piazza del Popolo, 30 giugno 2009
Festeggiare il mio amico Biagio Arixi è per me una vera gioia, ma un piacere ancor più grande è poter celebrare Peccati scarlatti, opera che ho visto nascere e — massimo dei privilegi per un contemporaneista — potuto seguire passo passo in tutte le sue fasi compositive, dalla prima all’ultima.
Avendo, dunque, spiato Arixi al lavoro nella sua officina, posso testimoniare che il suo modo di comporre è quello degli scrittori di razza, perché è caratterizzato non solo da perenne incontentabilità (il labor limae cui lo scrittore sardo sottopone i suoi scritti da un decennio a questa parte è ormai divenuto leggendario), ma da scrupolo ideativo e da forte attenzione per l’organizzazione dei valori formali. È ormai universalmente acquisito che in arte il significante, cioè la forma, conta più del significato, ossia la cosiddetta sostanza; se ciò non fosse, un sunto dell’Iliade varrebbe quanto l’Iliade, e la parafrasi del dantesco Tanto gentile quanto lo stesso sonetto. Così ovviamente non è, e Arixi lo sa benissimo, perché egli — oltre che romanziere e favolista — è anzitutto un poeta (Dario Bellezza lo definì «uno dei più grandi poeti italiani viventi»): sono ormai celebri le sue raccolte di versi: Polvere Nera (1980), Diverse giovinezze (1982), Violenza immaginaria (1984), e poi Grandine (1986), Piacevole punizione (1989), Le vie del cuore (1996), Cayba d’amor (2001), fino alla più recente L’Amore è libertà (2007), raccolte prefate o recensite dai più bei nomi della critica letteraria italiana, da Antonio Porta a Maria Luisa Spaziani, da Milena Milani ad Alberto Bevilacqua, da Renato Minore a Giuseppe Pontiggia a Giorgio Bàrberi Squarotti a Maurizio Cucchi, per non citare che i più illustri. Ed è proprio alla provenienza dai territori della poesia e alla lunga frequentazione con i poeti del Novecento che egli deve la conquista di una qualità sempre più rara tra i prosatori: il dominio ferreo, la più assoluta signoria del linguaggio sulla materia narrata: la lingua di Peccati scarlatti è infatti piana, razionale, immediatamente fruibile, sobria nell’architettura sintattica ed esattissima nelle scelte lessicali, ma al contempo sostenuta, con vertici di nobiltà e di squisitezza che staccano nettamente il nostro Biagio dalla media dei narratori d’oggi.
In termini tecnici, Peccati scarlatti è un Bildungsroman, ossia ‘un romanzo di formazione’. Come tutti sanno, un Bildungsroman è la storia di un giovane che, attraverso una serie di errori, sventure e disillusioni — dalla prima infanzia alla maturità —, giunge ad instaurare un rapporto armonico col mondo; dunque il motivo centrale è costituito dalla sua evoluzione spirituale, culturale, psicologica e sentimentale. Il paradigma del Bildungsroman è Wilhelm Meister di Wolfgang Goethe (1797), e i più noti romanzi di formazione sono David Copperfield di Charles Dickens, Il rosso e il nero di Stendhal, il Pinocchio di Collodi, e per arrivare al Novecento, I turbamenti del giovane Törless di Robert Musil, Buddenbrooks di Thomas Mann, Il giovane Holden di J. David Salinger, Ernesto di Umberto Saba (un poeta importantissimo, insieme a Sandro Penna, nella formazione letteraria di Arixi).
Ma il modello di Peccati scarlatti è senza dubbio Justine o le sventure della virtù del marchese de Sade, pubblicato nel 1791. Sade, nell’introduzione al romanzo, esprime la propria intolleranza per la narrativa classica, dove il bene e la virtù sconfiggono sempre il male e il vizio; mentre la sua protagonista è «una sfortunata errante di disgrazia in disgrazia, giocattolo di ogni scelleratezza, bersaglio di tutti i vizi». Il romanzo di Sade narra, dunque, le disavventure di una giovane virtuosa che s’imbatte in libertini diabolici, ecclesiastici licenziosi, sordide mezzane, nobili viziosi. E chi ha letto il romanzo che qui celebriamo ne ha potuto toccare con mano la stretta consanguineità con Justine.
Lo scarso tempo concessomi non mi consente di svolgere con ogni agio tutte le argomentazioni che vorrei; mi limiterò, pertanto, a toccare qualche aspetto che mi sembra di capitale importanza per la comprensione e il giusto inquadramento dell’opera, gettando se possibile semi di riflessione e spunti di dibattito.
Diciamo sùbito, allora, che l’anima di Biagio è essenzialmente ambigua, problematica, sfuggente ad ogni tentativo di classificazione. È lacerata, insomma, da una serie di ossimori, antitesi, contraddizioni.
Il primo ossimoro concerne, come ho accennato, il livello linguistico: abbiamo visto che il linguaggio di Peccati scarlatti è piano, terso, accessibile, ma al tempo stesso — ecco l’antitesi — intensamente lirico, perfino, a tratti, criptico e polisemico, perché Biagio tesse il narrato con la stessa forma mentis che presiede alla costruzione del verso. Il romanzo è infatti suddiviso in sette libri, ciascuno intitolato a un vizio capitale e recante un’epigrafe in versi, più un epilogo. Attenzione: libri, non capitoli; si chiamava libro ciascuna delle partizioni in cui erano divise le opere poetiche soprattutto classiche; nei tempi moderni il termine libro indica le singole raccolte di componimenti poetici compresi sotto un unico titolo: il libro I e II delle Odi barbare del Carducci, i quattro libri delle Laudi di D’Annunzio, ecc. Un romanzo, insomma, strutturato come una silloge poetica.
Il secondo ossimoro riguarda l’aspetto religioso (sottolineo religioso, ossia sostanzialmente cultuale, non fideistico, perché nel Nostro le due categorie sono nettamente distinte). Ebbene, quella di Arixi è da un lato una religiosità libera, laica e modernissima, ma dall’altro una religiosità (meglio sarebbe definirla un’attrazione, e addirittura un’ossessione per le tematiche religiose) profondamente tradizionale, direi quasi elementarmente catechistica. L’intitolazione dei libri ai sette vizi capitali ne è una riprova (e notate che libro è anche ciascuna delle opere che costituiscono la Sacra Scrittura: il Libro di Giobbe, il Libro d’Isaia, il Libro dei Salmi, ecc.). Un’altra prova è rappresentata dallo stesso titolo, che allude certo ai peccati commessi con ecclesiastici (scarlatto è il colore di cui sono vestiti i cardinali ed è il simbolo della loro volontà di difendere la fede a costo di versare il proprio sangue), ma rinvia anche a un passo del Primo Libro del profeta Isaia (1:18) in cui è scritto: «Dice il Signore: “Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come neve. Se fossero rossi come porpora, diventeranno come lana”»).
Il terzo ossimoro riguarda la tematica erotica. L’erotismo, come per tutti gli autori che pongono al centro della loro poetica la sessualità, non è un mero contenuto, una serie di fatti da squadernare, ma una vera e propria lingua, uno strumento di conoscenza e di comunicazione; è una Weltanschauung, ossia una visione del mondo, e di conseguenza una modalità espressiva. Ma dov’è l’ossimoro? È nel fatto che Biagio narra, sì, le più turpi perversioni vissute dal suo alter ego (condiscendentemente e partecipativamente, a differenza di Justine) con foschi e dissoluti personaggi della nobiltà nera romana, con forsennati degeneri parroci di campagna e con vescovi ortodossi depravati, ma sempre con uno sguardo fresco, vergine, ingenuo, acceso di stupore, quasi naif; il che è l’esatto contrario della scelleratezza alla cui insegna si svolgono i fatti narrati.
Vorrei concludere leggendovi un passo della recensione che Dario Bellezza, uno dei maggiori poeti del secondo Novecento, scrisse nel 1988 su «Paese Sera» a proposito di Figlio di vescovo, il primo romanzo di Arixi, del quale è in preparazione una seconda edizione: «È, quello raccontato da Arixi, uno “scandalo” squisitamente pasoliniano, ammorbidito però da struggimenti penniani: è poesia nel dettato narrativo; silenzio nella partitura laboriosa delle parole; monocromatismo nel clamore di tanti finti effetti, soliloquio in un deserto di colori. Un romanzo che ha tutti i connotati per essere “difficile”, ma che difficile non è. Si legge, infatti, si legge e appassiona come poche cose italiane in questi tempi tromboni e mortiferi».
Sono persuaso che altrettanto si possa dire di Peccati scarlatti.
Gualberto Alvino